STORIA

I resti del centro storico dell’antica cittadina romana di Trebula Suffenas si estendono nel parco dell’attuale Villa Manni, alle pendici del colle su cui sorge Ciciliano, in località Ospedale Santa Maria Maddalena, a sud-ovest del Passo della Fortuna, sulla destra della via Empolitana (km. 13 da Tivoli).

I notevoli rinvenimenti archeologici si devono agli scavi sistemateci effettuati nel 1948 dalla Soprintendenza alle Antichità del Lazio, sotto la direzione di Domenico Faccenna, all’interno della proprietà Manni in seguito ai quali furono riportati alla luce un piccolo foro pavimentato a lastre di tufo e travertino, un grande e raffinato complesso termale di età antonina (150-130 a. C.), varie domus databili fra il II secolo a.C. e l’epoca tarda, affacciate su strade basolate, statue, colonne, vasi, monete, macine per il grano e numerosissime iscrizioni.

Busto

Inizialmente, seguendo quanto aveva supposto nei primi anni del ’900 Rodolfo Lanciani, si pensò che si trattasse dei resti di una grande villa romana e questo purtroppo giustificò il distacco del bellissimo mosaico relativo al mito di Elle e Frisso che pavimentava il frigidarium delle terme e che si trova attualmente in deposito presso il Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli.

In effetti già alla fine dell’Ottocento alcuni studiosi tedeschi in base ad un numero esiguo di iscrizioni rinvenute in passato presso Ciciliano, menzionanti magistrature e sacerdozi, avevano ipotizzato la presenza di un importante centro in tale zona, da identificare forse, correggendo in tal senso la trascrizione di un’epigrafe andata perduta, con la Trebula non lontano da Tivoli, umida qua gelidas summittit valles, ricordata da Marziale in un suo epigramma e la Treblis raffigurata tra Praeneste e Carseoli nella Tabula Peutingeriana, copia medievale di un’antica carta romana.

Nel 1956 fu la studiosa americana Lily Ross Taylor a riconoscere in un’epigrafe conservata da tempo nei Musei Vaticani, la sua provenienza dal territorio di Ciciliano e il suo riferimento a Trebula Suffenas. Nel 1966 Cairoli Giuliani fornì un rilievo e una descrizione dei resti di edifici e di strade visibili nella proprietà Manni non escludendo che potessero costituire un pagus.

Si deve tuttavia a Franco Sciarretta, a partire dal 1971, l’esatta localizzazione dell’antica città, in precedenza sempre ipotizzata sulla sommità del colle di Ciciliano, dove peraltro sono presenti vari resti di mura poligonali e di una villa romana.

Trebula Suffenas dunque sorgeva sul Passo della Fortuna, da sempre importante crocevia per le rotte delle transumanze e per i collegamenti con Tibur (Tivoli) e Praeneste (Palestrina) e quindi con Roma, acquistando nel tempo notevole importanza come punto strategico.

Dettaglio_mura

A fondare Trebula, toponimo diffuso presso gli Italici perché paragonabile al nostro “Casale”, furono i Suffenates, una comunità locale degli Equi, che controllavano tutto il territorio ad est di Tivoli. Plinio il Vecchio, infatti, menziona i Trebulani qui cognominatur Suffenates per distinguerli da quelli di altri centri con lo stesso nome.

Alla fine del IV secolo a.C. i Romani, nel corso delle loro lotte contro gli Equi per la conquista del territorio, occuparono Trebula dei Suffenati che nel 303 a. C., con la concessione della civitas sine suffragio, entrò a far parte dello stato romano.

Una volta romanizzata la città, eletta a “municipio” (civitas optimo iure) all’inizio del I secolo a. C., ebbe importanti funzioni amministrative su quell’ampia parte del territorio degli Equi rimasta esclusa dalle confische e non colonizzata (come avvenne invece attraverso la fondazione di Alba Fucens e Carseoli) che si estendeva lungo le valli dell’Empiglione e del Giovenzano (affluenti dell’Aniene) e nella media valle dell’Aniene. Oggi sul suo antico territorio (ager trebulanus) sorgono ben 16 paesi (Ciciliano, Castel Madama, Pisoniano, San Vito, Guadagnolo, Gerano, Cerreto, Canterano, Rocca Canterano, Rocca di Mezzo, Rocca Santo Stefano, Sambuci, Saracinesco, Anticoli Corrado, Marano Equo, Agosta).

La documentazione archeologica e quella epigrafica indicano che Trebula si arricchì notevolmente di monumenti nella prima età imperiale grazie anche alla presenza ed all’appoggio della potente famiglia dei Plautii Silvani ai quali la comunità dedicò numerosi titoli onorari. Più di un membro della gens Plauzia fu patronus del Municipio che era ascritto alla tribus Aniensis e retto da duoviri con accanto aediles e quaestores.

Marco Plauzio Silvano fu console assieme ad Augusto nel 2 a.C. ed eresse il famoso mausoleo della famiglia presso Ponte Lucano. La stretta amicizia di sua madre, l’etrusca Urgulania, con Livia, moglie di Augusto, ed il matrimonio tra sua figlia Urgulanilla, e il giovane futuro imperatore Claudio favorirono ad un tempo l’ascesa di questa gens e lo sviluppo di Trebula Suffenas, loro città d’origine.

Notevole importanza ebbe a Trebula Suffenas il collegio degli augustales come testimonia un’importante iscrizione del 14 d. C., l’anno della morte di Augusto. Una così precoce adesione al culto imperiale e la notevole consistenza numerica degli aderenti, almeno 60, sin dal suo nascere confermano gli stretti legami tra l’eminente gens dei Plautii Silvani e la famiglia imperiale.

Nel II secolo d.C. Trebula si dotò di terme pavimentate con un interessante ciclo di mosaici: quello del frigidarium, absidato
con decorazioni a stucco (i cui frammenti sono in deposito presso il Museo Nazionale Romano), presenta la raffigurazione del mito di Elle e Frisso mentre quello rinvenuto in un ambiente adiacente presenta scene di palestra (entrambi sono in deposito presso il tempio di Ercole Vincitore a Tivoli.) Un terzo mosaico, ancora presente sul luogo del rinvenimento, conserva la cornice a forma di cinta muraria merlata, con porte e torri. Sempre in situ, davanti al frigidarium, sul fondale di una piccola vasca, sono stati ricomposti altri frammenti di mosaico con scene marine. E’ molto probabile, per i motivi ornamentali simili e per la perizia della tecnica esecutiva, che a realizzare i mosaici di Trebula siano state le stesse maestranze che operarono nelle terme dell’antica Ostia.

La città dovette godere di una certa floridezza anche in età severiana (fine II- inizio III sec.) come attestano le dediche imperiali e le basi di statue in onore di magistrati locali. Certamente, in base alla documentazione epigrafica, era ancora attiva nel corso del III e IV secolo e in base alle monete rinvenute almeno fino al VI secolo.